“Solar” e fotosintesi artificiale: un crudele romanzo con molte verità

Mi sono letto questa spietata storia di Ian McEwan, che racconta in modo cinico, comico e avvincente di un premio Nobel (immaginario) che tra le proprie “misere” storie private e le  pubbliche “virtù” della “grande scienza”, si batte – quasi inconsapevole della posta in gioco – per riprodurre artificialmente  in Terra la fotosintesi naturale.

Mai lettura di una fiction molto “british” e irriverente mi è calzata così a pennello, proprio in questa fase della mia attività in cui mi sono convinto della necessità di spingere al massimo per una  nuova “economia dell’idrogeno”, abbandonando le costose promesse del nucleare. Non recensisco il libro, la cui trama lascio volentieri che sia scoperta dai miei 4 lettori (e credetemi ancora una volta McEwan è un autore da non perdere MAI, al limite per il solo piacere che dà la sua scrittura!). Il fatto vero e importante è che la possibilità stessa di un’energia solare imbrigliata da catalizzatori diversi dalla clorofilla, ed in grado di scindere l’acqua in idrogeno e ossigeno, non è proprio una fiction del tutto campata in aria.

Chi lavora all’avvento dell’economia dell’idrogeno – puntando ad innovazioni ingegneristiche  già di per sè non banali nel mondo “tumultuoso” delle FUEL CELLS – potrà storcere il naso, ma qualcosa di vero c’è, eccome!, nell’ipotesi del libro di Mc Ewan. In primo luogo al MIT il combinato disposto di bio e nanotecnologie ha già fatto qualche promettente progresso nel campo dell’emulazione della fotosintesi clorofilliana (basta guardarsi il sito di SunCatalytix); in secondo luogo, i  nanotubi al carbonio (che ancora non smettono di affascinarmi) si rivelano la tecnologia (studiata opportunamente in Cina) per consentire la cattura di molti elettroni allorchè la luce colpisce alcune molecole “speciali” come le ” Cianine”; ed infine, e la cosa mi piace ancor di più.., proprio a Torino uno spin-off universitario si sta rivelando un protagonista eccellente nel settore delle nanoscienze applicate al solare e alla cattura della CO2. Non a caso questi torinesi si chiamano : THE NANO-BIOTECH Company.

La competizione si fa, allora, molto aspra. La Cyanine Technologies di Torino se la deve vedere con la Angela Belcher del MIT che è riuscita a sintetizzare un virus geneticamente modificato che sembra capace di legare molecole di ossido di iridio (un catalizzatore) alla PORFIRINA (un fotopigmento, appunto sensibile alla luce) per riuscire ad “estrarre” Ossigeno dall’acqua. Il passo verso l’estrazione di Idrogeno dall’acqua non sembra più tanto lontano… Insomma: la fotosintesi naturale è un processo bio-fisico estremamente complesso, che ci insegna tantissimo e ci guida verso nuove tappe dell’ingegneria, rimanendo chiaramente la via maestra dello sfruttamento efficiente della luce solare. La strada del  “nostro”  ambiente  scientifico nano-biotech, che la vuole emulare, è diventata finalmente qualcosa di molto più “industriale” e di molto meno accademico di quanto comunemente si pensi. Nei nanotubi al carbonio e nelle tecniche bio-nanotech si nasconde la chiave della rivoluzione energetica di questo benedetto pianeta. Il romanzo di McEwan può avere davvero un lieto fine diverso…

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