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Dissoluzione del cambiamento possibile. Tra Vendola e Montezemolo?

Il mio cuore berlingueriano batte spontaneamente per ogni bella “narrazione” di Nichi sul possibile futuro “vincente” (?) della sinistra italiana, ma la mia testa recalcitra, e mi fa ben vedere il nuovo precipizio su cui ci stiamo avventurando, nonostante la fine conclamata del berlusconismo.Non basta mai il carisma delle élites. La storia insegna che una transizione effettiva si compie non soltanto con la crisi dei vecchi regimi, ma con opposizioni che siano davvero pronte a sostituirli.

Nichi affascina da Bari a Milano tanti miei compagni e amici, stufi dell’inesistenza politica del PD, ma non spiega mai come si possa compiere il miracolo di una nuova direzione del Paese senza contribuire alla ripresa di un chiaro progetto innovatore, che si insedi stabilmente proprio nell’antipatico fronte “riformista” del partito-mai-nato. Pretendere, poi, di guidare la coalizione (?) con il bagno salvifico delle primarie, e di annientare così, e per sempre, il progetto del PD è qualcosa che sfugge alla mia comprensione. Qui la poesia maciulla la politica e la rivoluzione vendoliana divora i suoi padri..con la piena complicità ovviamente della debolezza dei dirigenti dello stesso PD. L’esperienza pugliese non giustifica questo rialzo della posta nazionale e tradisce un protagonismo ormai chiaramente “egotistico” e ultra-mediatico, capace di parlare soltanto alla pancia ma quasi mai alla testa del popolo.

Credo che governare la Regione – relativamente bene (dati i tempi) – gli abbia fatto  fare qualche passo avanti (nel senso del realismo) e che quindi Nichi meriti oggi un ruolo di primo piano, nazionale, nell’abbattere l’indecente stagione berlusconiana; ma proprio per questo non capisco la smania leaderistica che lo ha stregato e che lo porta nel baratro dell’anti-politica, anziché nella squadra del cambiamento possibile, negando nei fatti le  alleanze dovute con i moderati e  la  proposta di fattibili programmi di governo.

Io condivido le aspre e puntute critiche del prof. Brusco a Vendola,  nel merito della visione di  governo e della comprensione delle agende economiche del mondo attuale. Critiche che si applicano in misura minore, ma sostanzialmente uguale, perfino allo stesso PD.  La cultura economica che anima la sinistra italiana è drammaticamente vecchia, ed ancora radicata in una visione “dirigistica”-pubblica delle azioni e degli interventi della politica. Ma già oggi non se ne può discutere più, sotto l’incalzare dell’agenda politica nazionale e la spada di Damocle elettorale: nè di politiche economiche e industriali, nè –  seriamente –  di visioni programmatiche su tanti miti o “dèmoni” vendoliani, dal nucleare alla banda larga, dai servizi pubblici locali alle politiche per le imprese e i giovani. Ieri si è fatta concreta una nuova “discesa in campo” di Luca di Montezemolo, che ha perfino un DNA più accettabile (a sinistra) di quello di Fini, e con il quale si dovrà pure dialogare nell’interesse del voltar pagina, finalmente,  in questo paese. E allora? Quali argomenti dovremo alla fine trattare, se non dei programmi concreti  attesi dai cittadini? dovremmo parlare di cose serie, finalmente, per dire autonomamente  quali interventi di governo, non subalterni a posizioni moderate, saremmo pronti  a promuovere e realizzare… Siamo pronti o ci accontentiamo, alla faccia della tanto invocata responsabilità nazionale, a buttarla solo  in politica e leadership? Se  ci perderemo su chiacchiere natalizie su chi si candida, su chi guida, chi si cerca e si prende o si lascia – e compagnia cantante -,  o  tanto peggio sulle primarie del PD (e di quale coalizione poi?), allora davvero regaleremo il Paese alla peggiore destra del pianeta, con la vergogna di aver guardato solo al nostro piccolo ombelico…