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L’ing. Quintino Sella e gli scienziati che servono davvero


Una recensione de Il Sole 24 Ore di oggi su “L’Italia degli Scienziati” mi ha intrigato molto. L’autore dell’articolo, Sergio Luzzatto,  nel dar conto delle alterne  fortune degli scienziati in Italia (e nel mondo), parte dalla decapitazione di Lavoisier, ghigliottinato dal Terrore rivoluzionario francese (alla faccia dei Lumi), per  arrivare infine al racconto delle “imprese” dell’ing. Quintino Sella.  Orbene,  beata mia ignoranza,  Quintino Sella, oltre la strada barese a lui titolata,  mi evocava con un certo sospetto  soltanto un economista/statista  del passato, seduto originariamente alla Scrivania (odierna) di Tremonti,  che si è sempre vantato della   reliquia del  “rigore”  di Sella.  Dati i risultati effettivi del regime tremontiano e la “soave” cultura d’accatto del nostro “cultore della materia” (che sarà un ottimo fiscalista, ma certo un debolissimo pensatore…), mai tale “semplice” accostamento dello statista alla sola amministrazione dello Stato, mi sembra più inappropriato (in tutti i sensi, soprattutto mi sembra inutile accostarlo a Vautremont). A proposito di Q. Sella:

Eccolo, alla vigilia del 1860, collaborare al progetto del tunnel ferroviario del Frejus, con l’incarico di risolvere il problema dell’aerazione della galleria. L’ingegnere di Biella aveva allora meno di trent’anni, e un secolo e mezzo mancava ancora al l’epoca nostra: quella in cui politici demagoghi, valligiani ignoranti e contestatori no global tengono in scacco un intero paese con lo slogan “no Tav”. Ed eccolo Quintino Sella, nel 1862, ministro delle Finanze del governo Rattazzi: un ministro trentacinquenne che si rimbocca le maniche, studia nottetempo la scienza finanziaria, introduce in Italia il sistema della dichiarazione dei redditi, e che nel frattempo – ricordandosi di essere ingegnere – cerca di regolare la tassa sul macinato attraverso uno speciale contatore meccanico che misuri la quantità esatta di farina uscita da ogni singolo mulino…

Insomma un buon esempio di versatilità di ingegno, al quale aggiungerei che  l’uomo veniva dalla Sinistra risorgimentale ma finì con la gloriosa Destra Storica (pensando veramente al GOVERNO DEL FARE) , e che soprattutto ( e me ne dispiace vivamente per Tremonti e Bossi) viene considerato il fondatore del Club Alpino Italiano, perchè , appassionato di montagna, nel 1863 organizzò una scalata sul Monviso con un deputato calabrese… (altro che ampolle del Dio Po!). Nel 150° dell’Unità d’Italia mi piacerebbe che fosse  ricordato, per tanti versi, come uno con gli attributi veri (perdonate un po’ di corporativismo subliminale da ingegnere). Del resto…

È lo stesso Quintino Sella che dopo la breccia di Porta Pia, nel 1870, cerca di promuovere la nascita di un polo universitario nella Roma ormai capitale, per farne «un contrapposto scientifico al Papato»: quel contrapposto di cui, nell’Italia d’oggidì, gli ultimi nostalgici del “laicismo” continuano ad avvertire la mancanza.